Ecco il racconto dell’alunna Asia Salati della classe 4F,vincitrice dell’Edizione 2019 del Premio Letterario “Narrativa Giovane”, promosso dalla “Fondazione Spadolini Nuova Antologia”

Nel testo, attualmente pubblicato nella storica rivista fiorentina, Asia immagina un colloquio di lavoro con una redazione giornalistica italiana; protagonista una giovane donna straniera in un contesto omosessuale: la ragazza condivide con la compagna il desiderio di un futuro migliore di quello che, insieme, si sono lasciate alle spalle nel paese di origine. Purtroppo, il suo sogno si rivela un’isola che non c’è e, su un barcone perduto in mezzo al Mediterraneo, è presto costretta a svegliarsi per affrontare la dura realtà di un drammatico viaggio della speranza.

“Prego, si accomodi”- mi disse con voce candida e pacata il giovane uomo che si stagliava contro l’enorme parete a vetro del suo ufficio.

Era alto e non superava la trentina, ma nei suoi occhi vi era una maturità ed una consapevolezza fuori dal comune. Era tranquillamente appoggiato alla parete e guardava con aria sognatrice un punto invisibile, o forse visibile solo a lui, all’orizzonte.

Entrai un po’ titubante e mi avvicinai alla sedia, guardandola con un sollievo tale che il giovane scoppiò a ridere e mi disse: “ Venga prima qua, le voglio far vedere una cosa.”

A passi più decisi possibili, per quanto mi permettessero i tacchi che Samanda aveva voluto in tutti i modi che comprassi, mi affiancai a lui, aspettando che proferisse parola, quasi come un’anima persa che attende il suo spirito guida.

“Secondo lei”- mi chiese – “perché l’Italia è cambiata così tanto?”

Lo guardai con gli occhi spalancati. “Cosa c’entra questo con il mio lavoro qui?” – pensai – “Si vuole forse liberare di me, data la mia condizione di donna non italiana?”

Mille domande e mille ipotesi mi balenarono in mente, paure tramandate da storie di parenti ed avi che avevano cercato nell’Italia progresso, trovando invece un albero avvizzito, incapace di dar vita ai suoi propri frutti.

“Perchè le persone sono cambiate…” risposi timidamente, supplicandolo con gli occhi per un gesto di approvazione.

“Quasi.” mi sorrise lui, guardandomi. “Perchè le persone sono risorte dalle loro ceneri. O, chissà, forse sono nate per la prima volta.” 

La risposta mi lasciò spiazzata e colpita allo stesso tempo. 

“Penso tu (Posso darle del tu vero?) già sappia come funziona il nuovo metodo di assunzione. Io non so niente attualmente di te, neanche il nome. O meglio, so tutto e so niente. Il curriculum che hai mandato è in forma anonima, con solo un codice che ci ha permesso di contattarti. Esso viene analizzato da un gruppo di esperti del settore che, basandosi sulla pura meritocrazia, scelgono i dieci candidati più promettenti.” 

Fece una pausa e proseguì: “ Vedi, per me potevi essere chiunque. Uomo o donna. Italiano/a. Cinese. Etiope. Non è questo quello che conta. Conta solo ciò che puoi portare all’interno della nostra redazione.”

Senza neanche farlo apposta, sorrisi. Sapevo già che il governo stava applicando da tempo leggi per prevenire ogni tipo di distinzione sociale, ma mai avrei pensato a tanto.

“Il problema è che, ora, è compito mio decidere chi di voi dieci sarà assunto. Intanto, come ti chiami?” mi chiese, con vivido interesse.

“Nilufar. Amduni Nilufar.” risposi, rinvigorita dalle sue parole.

“Benissimo. E dimmi Nilufar, cos’è che ti tiene in vita? Non dirmi cosa fai per sopravvivere, ma cosa ti fa sentire viva, cosa ti fa venire i brividi.”

“Scrivere.” risposi di getto “L’inchiostro mi scorre nelle vene da che mi ricordi. Me lo porto dentro dalla nascita, o forse da prima, chissà. E’ un’esigenza. E’ la mia personale lotta verso ciò che non trovo di giusto in questo mondo. Come posso starmene zitta se qualcosa non va? Ed ora che stiamo vivendo in un periodo contraddistinto dall’evoluzione, cos’altro posso fare se non scrivere, riversare tutta me stessa in queste pagine ed incoraggiare tutti a proseguire? Non credo sia vero che la storia si ripete sempre. Sono gli uomini che devono cambiare e modificare la storia con le loro mani. E adesso che ce la stiamo facendo, come posso non testimoniarlo a tutti?”.

Indicai un punto lontano, in direzione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore. 

“Vede, laggiù, in una piccola casa, abito io da quando sono nata. Vicino al vicolo, che ogni mattina attraversavo per andare a scuola, c’è un murales con scritto: LASCIA IL MONDO UN PO’ MIGLIORE DI COME L’HAI TROVATO.

A volte una frase su un muro è più forte di un urlo in una piazza”.

Lui mi ascoltò in silenzio, assorto, per tutto il tempo. Poi si girò verso di me, mi tese la mano e, sorridendo, mi disse: “Ti faremo sapere in serata.”

Appena uscita dall’ufficio tirai un sospiro di sollievo. Era finita. O era appena iniziata?

Mi voltai a guardare l’enorme insegna della redazione e i giornalisti al suo interno che scorrazzavano con pile di fogli in mano. 

“Chissà che domani non possa esserci io…”- pensai sognando, mentre mi avviavo nel parcheggio delle biciclette. 

Da una decina d’anni, ormai, in tutte le grandi città era stato vietato l’uso di trasporti a combustibili fossili e Firenze era ormai piena di ragazzi in skateboard, famiglie in tandem, universitari in bicicletta e tram elettrici silenziosi che serpeggiavano per le vie. 

Al rumore dei motori si era sostituito il rumore della vita, un coro di voci così discordanti fra loro da risultare perfettamente armoniche. 

E l’aria, l’aria che prima era così grigia ed inquinata ora era così pungente da entrarti nelle ossa, nel sangue, nella mente.

Tolsi il lucchetto alla bicicletta e tornai verso casa. Era quasi Natale e centinaia di persone erano per strada, in quel momento, alla ricerca di regali o semplicemente alla scoperta della città, così antica e moderna.

“Devo ancora comprare il regalo per Samanda.” pensai sbuffando. Era da poco passato il nostro anniversario, quindi al momento non avevo nessuna idea. “Se non le faccio niente è la volta buona che mi uccide.” 

Girai le chiavi nella porta ed entrai. “Sono a casa!” gridai mentre mi toglievo il piumino con una mano e con l’altra grattavo sulla pancia Dante, il mio gatto.

Samanda si buttò di corsa giù dalle scale, riempiendomi di domande. “Allora, com’è andata? Ti hanno preso? Sì che ti hanno preso! O forse no? Io lo sapevo, non si meritano una come te. Domani li denuncio tutti.” 

Io la bloccai e le diedi un bacio in testa. “Calma tigre.” le dissi ridendo. “ Mi fanno risapere in serata.”

Un po’ delusa, Samanda andò sul divano e si arrotolò nelle coperte.

“ A te, invece, com’è andata la scuola?” le chiesi, preparando un caffè.

“Oh, quando si avvicinano le elezioni è sempre una gran confusione, lo sai. I ragazzi non ne possono più di studiare la Costituzione.” rispose lei, sbuffando.

“Dovrebbero ringraziare che educazione civica è nuovamente una materia obbligatoria; quando i miei genitori avevano diciotto anni non sapevano nemmeno cosa fosse la politica.”

“I tuoi genitori non potevano neanche votare, visto che lo Stato non li riconosceva come italiani. Direi che è decisamente un passo in avanti.” scherzò lei.

“Già…” le risposi, dandole la tazza di caffè “Per fortuna tante cose sono cambiate… A proposito, hai sentito che Giorgio e Nicola hanno ottenuto il permesso per adottare un bambino?”

“Finalmente!! Allora tutte le nostre manifestazioni sono servite a qualcosa!”

“Sì, ma ci sono ancora tanti passi da fare…” sospirai.

“E’ vero.” disse lei, facendomi spazio sotto le coperte “Ma c’è tempo. Qualcosa di bello sta accadendo.”

Non ebbi il tempo di mettermi a sedere che il telefono squillò.

“Pronto?” risposi subito, quasi tremando.

“Per lasciare questo mondo migliore abbiamo sicuramente bisogno di te, Nilufar. Ci vediamo domani alle otto.”

Incredula bisbigliai un flebile “grazie” , ancora non pienamente cosciente. 

“Comunque, io sono Fabio” disse ridendo il giovane e riattaccò, lasciandomi muta.

Mi voltai verso la finestra e guardai fuori. 

Piccole sfere bianche stavano ricoprendo l’asfalto nero, stendendo su di esso un immacolato bianco manto. 

Una lacrima mi scese piano sulla guancia.

“Sta nevicando.” sussurrai piano, più a me stessa che a chiunque altro.

Qualcosa stava davvero cambiando.

Mi svegliai. 

La neve si attaccava alla mia pelle secca, entrando nelle mie ferite e arrivando fin dentro le mie ossa. 

“Ho freddo.” una voce flebile sussurrò accanto a me. Era Samanda.

Mi strinsi a lei e le misi la testa sul mio grembo per riscaldarla. 

“Non ti sforzare quando non ce n’è bisogno.” le dissi con finta aria di rimprovero. 

“Ma dove siamo finite?” mi chiese con la voce un po’ rotta dal pianto.

Mi guardai intorno. Centinaia di corpi stavano rannicchiati uno contro l’altro, dondolandosi, oppure stringendosi nei propri panni laceri, facendo scricchiolare la barca. Intorno a noi un’enorme distesa d’acqua ci avvolgeva come una madre, invitandoci a buttarsi fra le sue braccia. In tanti l’avevano fatto: si erano concessi al dolce abbraccio dell’oceano, frastornati dal canto di quelle sirene che ormai ogni giorno ci chiamavano, sempre più forti.

Guardai Samanda senza risponderle. Cosa potevo dirle d’altronde? Che stava morendo? Che forse la dolce Italia che tanto avevamo sognato non l’avrebbe mai vista? Che io, che tanto l’amavo, non potevo fare altro che vederla scomparire, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro? 

Le sorrisi e la coprii con la sciarpa che un ragazzo ci aveva donato il primo giorno, quando ancora neanche capivamo lo sguardo di pietà che ci aveva rivolto, abbagliate allora dal “grande sogno italiano”.

Ma dov’era adesso quella terra, piena di anime disposte ad accoglierci? Dov’era ora quel luogo che aveva così bene conosciuto cosa volesse dire morire per la libertà? Perché l’Italia era diventata tutto ciò che per anni aveva respinto? 

Presi il mio quadernino e scrissi con un carboncino consumato: 

“Giorno 47: Forse stiamo davvero andando verso l’isola che non c’è.”