Immanuel Kant: la morale: la critica della ragion pratica

Ogni interesse della mia ragione, tanto speculativa quanto pratica, si concentra nelle tre domande seguenti: 1) che cosa posso sapere? 2) Che cosa devo fare? 3) Che cosa ho diritto di sperare?

Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, p. 785

Secondo la filosofia critico-trascendentale Immanuel Kant estendeva l’indagine sulla possibilità dell’a priori dall’esperienza conoscitiva all’esperienza pratica: la critica della ragion pura aveva definito i modi della ragione pura teoretica; l’esistenza di una ragione pura pratica è definita dalla critica della ragion pratica.

In Kant la critica della ragion pratica integra la critica della ragion pura: la metafisica non è conoscenza ma può essere ripresa nella dimensione etico-religiosa; all’esperienza etica o morale si riferisce la ragione pratica; gli oggetti della metafisica tradizionale diventano così postulati della ragion pura pratica.

«Ho dovuto dunque eliminare il sapere per far posto alla fede»: ecco in Kant il passaggio della metafisica dalla conoscenza alla morale: separando la metafisica dalla scienza e recuperando gli oggetti della metafisica nel contesto etico-religioso Kant sancisce il primato della ragione pratica sulla ragione teoretica.

L’esistenza nell’uomo di una ragion pura pratica è da Kant riferita alla possibilità della ragione umana di determinare da sola la nostra volontà muovendola all’azione: in noi la capacità della pura ragione di muovere la volontà rende la legge morale sintetica a priori, poiché la moralità dipende non dall’esperienza ma dalla ragione, alla quale si deve l’introduzone del principio etico; la volontà razionalmente determinata secondo la legge morale è volontà buona legata all’autonomia della coscienza morale umana.

Per Kant la coscienza morale è letteralmente autonoma in quanto è legge a se stessa e rende l’uomo libero: nel guardare al principio etico l’uomo prescinde dai motivi materiali dell’esperienza sensibile fenomenica per considerare la forma pura a priori della ragione pratica; per Kant la coscienza della legge morale è un fatto della ragione.

La consapevolezza razionale della legge morale come principio etico è il fatto della ragion pura pratica: per Kant la voce della coscienza è la voce della ragione e la ragione pura pratica accompagna la scelta che determina la volontà all’azione; la ragion pura pratica è formale ed esprime la legge morale come imperativo categorico che ordina assolutamente indicando all’uomo cosa deve fare.

L’assolutezza del dovere morale è rappresentata dall’unicità della forma della ragion pura pratica: la legge morale è imperativo categorico formale razionale noumenico che comanda senza le condizioni degli opposti imperativi ipotetici materiali sensibili fenomenici; in ogni formulazione l’imperativo categorico resta in Kant l’espressione etica formale dell’immedesimazione umana.

All’etica materiale dell’immedesimazione umana Kant opponeva la propria trasposizione formale della regola aurea evangelica “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”: nella morale razionale kantiana il criterio etico diventa l’universalizzabilità della massima: da Kant una massima è morale e da principio soggettivo è oggettivamente legittimata se è suscettibile di universalizzazione o validità per tutti gli uomini; per Kant l’universalizzazione è moralmente assoluta e non si limita a definire l’orizzonte morale dell’esperienza umana ma determina la necessità etica e quindi l’accettabilità morale di ogni principio secondo bene e dover essere.

La definizione assoluta del dominio etico rimanda in Kant alla fondazione della morale: la morale è basata e riposa sulla forma della ragion pura pratica: la forma della ragione pura pratica è essenzialmente esprimibile nelle formule della legge morale o imperativo categorico: “Agisci come se la massima della tua azione potesse essere dalla tua volontà elevata a principio di una legislazione universale”; “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro uomo, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”; “agisci come se appartenessi al regno dei fini e fossi quindi insieme legislatore e suddito di questo regno delle volontà libere e ragionevoli”.

La fondazione completa della morale è da Kant riportata ai postulati della ragion pura pratica: la ragion pura pratica richiede le relative condizioni di esercizio: è il contesto del recupero etico kantiano degli oggetti della metafisica tradizionale.

Gli oggetti della metafisica tradizionale erano Dio, la libertà e l’immortalità dell’anima: nel recuperarli eticamente come postulati della ragion pura pratica Kant interpretava 1) la libertà, 2) Dio e 3) l’immortalità dell’anima in senso morale secondo il relativo significato.

1) In prima istanza la libertà è per Kant condizione non solo negativa ma anche positiva della morale: la morale richiede la libertà o non necessità della determinazione della volontà all’azione, ma la scelta libera o non necessaria definisce negativamente la morale dicendo cosa la morale non è; la libertà definisce quindi positivamente la morale dicendo cosa la morale è. La libertà è condizione essenziale della morale: la libertà è condizione della moralità: per Kant la libertà è ratio essendi, ragion d’essere della moralità; richiedendo la determinazione puramente razionale della volontà la moralità richiede in effetti l’autonomia della scelta come indipendenza della decisione dai motivi materiali sensibili fenomenici necessari. La scelta formale razionale noumenica libera è così per Kant il presupposto della moralità: presupponendo la libertà la moralità ci fa sperimentare la libertà: come azione di pura ragione l’azione morale è libera e apre l’uomo all’esperienza della libertà; se la libertà è ratio essendi della moralità, la moralità è dunque per Kant ratio cognoscendi della libertà, motivo di conoscenza o appunto esperienza della libertà.

2) La moralità è libera e insieme virtuosa: la determinazione morale puramente formale razionale noumenica della volontà all’azione buona prevede l’affrancamento intenzionale dell’uomo dai motivi materiali dell’io sensibile fenomenico; la difficoltà per l’uomo di liberarsi dalle condizioni sensibili elevandosi dalla dimensione fenomenica al dominio noumenico rende la moralità virtuosa meritevole di riconoscimento, per cui nell’uomo la virtù merita la felicità; come garante del sommo bene quale accordo di virtù e felicità Dio è per Kant così richiesto o postulato dalla ragion pura pratica.

3) La moralità virtuosa è per l’uomo un compito infinito: nell’uomo le condizioni sensibili dell’esistenza fenomenica rendono moralmente perfetta e quindi completamente determinata dalla legge morale solo la volontà santa: come condizione della volontà santa l’immortalità dell’anima e quindi la vita infinita sono per Kant richieste o postulate dalla ragion pura pratica.

Se l’ideale morale è la moralità l’eticità politica e giuridica si ferma per Kant alla legalità morale come adesione formale esteriore alla legge morale.

La religione è ormai in I. Kant  appendice, e non più fondamento, della morale: la religione nei limiti della semplice ragione diventa la conoscenza dei nostri doveri come comandi divini.